Il cervello dei “buoni” produce le endorfine che rendono più soddisfatti di sé. Non è un discorso natalizio e nemmeno una riflessione religiosa, ma una constatazione che proviene dalla scienza.

«Essere buoni è superare la forza di gravità» scrisse Anna Maria Ortese. Ci svincoliamo dai lacci che vorrebbero incatenare l’ego a se stesso e voliamo verso gli altri. Si potrebbe dire che l’essenza della natura umana più evoluta è qui, nella sua apertura al mondo.

Non è un discorso natalizio, anche se le festività possono essere uno spunto per riflettere sul senso dei riti e della vita. Non è nemmeno una riflessione religiosa, ma una constatazione che proviene dalla scienza.

La spinta a farsi carico degli altri affonda le sue radici nella notte dei tempi. Risalgono a oltre trentamila anni fa le tracce che documentano pratiche di assistenza a individui investiti da una fragilità, come i resti di persone sopravvissute a fratture rovinose, ricomposte da un proprio simile.

Accende la gioia

In un’indagine recente, apparsa su una rivista prestigiosa come Nature, neuroeconomisti tedeschi, svizzeri e americani hanno indagato i meccanismi cerebrali che collegano un’azione altruistica con l’incremento di soddisfazione.

I partecipanti hanno ricevuto una somma di denaro: al gruppo sperimentale è stato chiesto di impegnarsi a spendere per gli altri, al gruppo di controllo di investire i soldi per sé. Ebbene, gli scienziati hanno trovato livelli molto più alti di felicità nei generosi.

Le tre aree cerebrali osservate con la risonanza magnetica funzionale, mentre i 50 volontari elaboravano i compiti rispettivi, sono state la zona dell’empatia (la giunzione temporo-parietale), quella associata con l’emozione della gioia (lo striato ventrale) e la corteccia orbitofrontale, che valuta i pro e i contro nel prendere una decisione: i risultati dimostrano l’interazione tra altruismo e contentezza.

La banalità del bene

Ma perché si donano tempo, attenzione, soldi senza un tornaconto apparente? Il filosofo francese Michel Terestchenko parla di “banalità del bene” (nel saggio Un si fragile vernis d’humanité), completando il titolo celeberrimo del libro di Hannah Arendt, La banalità del male.

Spesso, gli eroi comuni giustificano i loro atti coraggiosi con la motivazione che non avrebbero potuto fare altrimenti, che sono stati mossi da un istinto partito prima di ogni ragionamento.

Come dire: quando l’Io non si smarrisce, come accadde durante il nazismo, rivela la sua essenza, che è generosa. La banalità del bene, appunto.

Altruisti per egoismo?

La cooperazione è ricorrente tra le società animali ed è partendo da questo presupposto che gli evoluzionisti, a cominciare da Darwin, hanno cercato di trovare una spiegazione alla coesistenza tra selezione naturale e filantropia.

C’entra l’utilitarismo? Nell’individuo prendersi cura dell’altro è frutto di una pianificazione? Si dona aspettandosi una reciprocità?

Se anche è stato il bisogno egoistico la molla originaria, di millenni ne sono passati e le ultime ricerche fanno ritenere che offrirsi al proprio simile sia diventato un tratto talmente proprio della specie da essere inscritto nel sistema emozionale del cervello.

L’etica dei bambini

Al Max Planck Institute di Bonn hanno documentato la reazione istintiva di piccoli di un anno e mezzo, che raccolgono la matita lasciata cadere da un adulto e gliela ridanno, senza che ci sia qualcuno a osservarli o senza che sia prevista una ricompensa.

In altri termini, nasciamo programmati con una sorta di linguaggio etico. Per questo, una volta usata la grammatica morale, arriva un’emozione positiva, un picco di piacere.

L’economista Jeremy Rifkin, nel suo La civiltà dell’empatia, risponde all’obiezione che la storia sia un cimitero di morti per guerre e stermini: chi l’ha raccontata fin qui, scrive, ha avuto una visione patologica delle epoche, enfatizzando i fatti negativi. In accordo con Hegel, invece «i periodi di felicità sono pagine vuote della storia». Non viste. Non raccontate.

In questo preciso momento, adesso, quante madri stanno accudendo i propri bambini? Quanti figli si prendono cura del genitore malato? Quanti volontari assistono i poveri? Quante amiche si sostengono con parole affettuose? Intorno a noi ci sono oceani di bontà.

Credits: ELIANA LIOTTA – www.iodonna.it